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Il sito (clicca sulla mappa per ingrandire)
Si tratta di un sito posto sul triconfinio di
Melissano, Racale e Taviano dalle potenzialità
archeologiche eccellenti. Vi sono attestazioni
dall’epoca neolitica, nell’età bronzo (con
rinvenimento di un’ascia e due selci), in epoca
romana (grazie al rinvenimento di una necropoli e
della ceramica fine da mensa nota come sigillata
africana II-VI secolo d. C.) e soprattutto per la
presenza di un monastero in epoca medievale.
DISCORSO INTRODUTTIVO
In pochi, a Melissano, sanno che un tempo nella
parte confinante con Taviano esisteva una vera e
propria abbazia, fondata nondimeno che dai monaci
Basiliani, che nel corso dell’VIII e dell’IX secolo
si erano trasferiti in massa per sfuggire alle
persecuzioni iconoclaste, in un periodo di grande
splendore per il Salento: l’era Bizantina.
Sono molto esigui i riferimenti che ci restano su
tale monastero, un tempo tanto importante da
disporre di un feudo proprio, che nella
ridefinizione dei confini andò suddiviso tra Taviano,
Racale e Melissano. (1)
Fino a qualche decennio fa vi era un cumulo di
pietre a testimoniare la gloriosità di questo
edificio: eppure quegli avanzi, meta del celebre
pellegrinaggio di Civo (il 25 marzo di ogni anno)
era oggetto di tante devozioni. Nonostante il
consiglio del De Giorgi, che presago raccomandava la
maggiore cura ai posteri, nessuno ha saputo alzare
il dito a fermare lo scempio che stava compiendosi e
così sono state spazzate le vestigia di una traccia
importante della nostra storia e con essa i suoi
ricordi e numerose tradizioni.

Quercia secolare nella contrada
LA STORIA
L’abbazia sorgeva a due Km di distanza da Taviano,
sulla sinistra della strada che da Casarano e
Melissano porta al paese dei fiori.
Originariamente forse sorgeva su un punto strategico
essendo ubicata sulla via Traiana, strada fatta
costruire da Traiano a spese proprie, che presentava
il prolungamento della via Appia e che attraversava
tutta la penisola Salentina in prossimità della
costa da Brindisi a Taranto.
Non si sa con certezza la data della fondazione
dell’abbazia. Si potrebbe collocare generalmente la
fondazione tra i secoli XI e XII, ma si ritiene che
risalga sicuramente prima dell’ottobre 1120. Infatti
nel Chronicon Neritinum (probabilmente questo però è
un falso storico, redatto da Pietro Polidori e
GianBattista Tafuri nel XVIII secolo per dare lustro
alla città di Nardò, vedi ETIMOLOGIA e LA STORIA,
infra op.) dell’abate Stefano si evince: “In eodem
anno morio Giliberto Senescalco de signori Goffridu
et foe sepelito a la ecclesia de lo monastero de
Sancta Maria de Cibo”.
Ci sarebbe da fare un’ampia riflessione su questo
episodio. “Nella Chiesa di questo complesso
monastico, intitolata alla Vergine Annunziata
dell’Angelo, fu seppellito nell’ottobre del 1120
Gilberto Siniscalco, figlio del normanno Goffredo,
conte di Nardò, nel 1120”(2)
Ulteriori chiarimenti si possono fare grazie al
parroco attuale di Melissano, don Giuliano
Santantonio, che nel suo volume su Racale scrive:
“Il loro arrivo (dei Normanni) portò come
conseguenza il rafforzamento del rito latino, ma non
la sua introduzione; esso doveva già essere presente
nel paese, e questa circostanza dovette avere non
poco peso nella scelta del sito, operata dal conte
Goffredo. I primi Normanni, non seguirono una
politica di scontro frontale con i Basiliani, ma si
limitarono ad occupare gli spazi lasciati liberi da
essi, restringendone sempre più il campo d'azione.
In linea con questa tendenza Goffredo chiese nel
1090 al Papa Urbano II che la diocesi di Nardò, fino
ad allora retta dai Basiliani, venisse affidata ad
un abate benedettino, mentre il suo Connestabile
Giliberto offrì una prova di deferenza nei confronti
dei Basiliani scegliendo la chiesa di Santa Maria
del Cio come ultima dimora per il suo corpo”.(3)
A confermare ulteriormente la tradizione c’è
Gianbernardino Tafuri, che nel 1719 trascrive il
seguente epitaffio:
HIC JACET GILIBERTUS MILES
CONESTABULUS CONDAM DOMINI
GOFFRIDI INCLYTI COMITIS. QUI OBIIT
ANNO DOMINICAE INCARNATIONI
MCXXI MENSE OCTOBRI INDIC. XIV
CUIUS ANIMAE REQUIESCAT IN PACE
(“Qui giace il Connestabile Gilberto, del fu
inclito conte Goffredo. Morì nel mese di ottobre
dell’anno del Signore 1120, indizione XIV. La cui
anima riposi in pace”. Secondo il sistema di
datazione bizantina l’anno iniziava il 10 settembre
e il 31 dicembre 1121 del calendario bizantino
corrisponde, secondo il computo moderno, non
all’anno 1121 bensì al 1120).(4)
C.D. Poso identifica il conte Goffredo con Goffredo
II, conte di Lecce, morto prima del 1120(5),
ma probabilmente non errano SERIO-SANTANTONIO
(6) ad indicarlo
con Goffredo, conte di Conversano e di Nardò, morto
tra il 1104 e il 1107 e che nel 1104 aveva fatto
costruire a Racale il monastero di Santa Maria la
Nova.
Occorre ricordare che L’Arditi e chi dipende da lui
indica il miles Giliberto Senescalco figlio
di Goffredo il Normanno, conte di Nardò e lo si
dichiara morto nel 1125 (e non nel 1120); si è
caduti in tale equivoco perché si è fatto dipendere
il complemento di specificazione (condam domini
Goffridi incliti comitis) dal nome proprio del
miles (Gilibertus) e non dal suo attributo (connestabulus)
e di conseguenza non si è tradotto “Qui giace
Giliberto, Connestabile del fu inclito conte
Goffredo”.
Tafuri ci tramanda altre tre epigrafi, tutte
riferenti però a successivi restauri.
-Sulla soglia della porta maggiore della chiesa:
TEMPLUM HOC
JACOBUS DE BAUCIO
EPISCOPUS LEUCADENSIS REHEDIFICAVIT MDVII
(Giacomo Del Balzo, vescovo di Leuca, riedificò
questo tempio.1507).
-Sulla grande soglia della porta dell'atrio
dell'abbazia:
JOANNES JACOBUS DE BAUCIO
EPISCOPUS LEUCADENSIS
HOC OPUS FIERI FECIT
ANNO MCCCCXXXVII
(Giangiacomo Del Balzo, vescovo di Leuca,
realizzò quest’opera nell’anno 1437).
-Sopra la soglia della finestra dell'antico cenobio
abbaziale:
PETRUS ABBAS S. MARIAE DE CIBO
FIERI FECIT
ANNO DOMINI MCCCLI
(Pietro, abate di S. Maria de Civo, realizzò
nell’anno del Signore 1351).
Queste lapidi al tempo della visita di Cosimo De
Giorgi a Taviano (1886), non esistevano più.
Esistevano soltanto dei graffiti che lo storico di
Lizzanello aveva ricopiato:
1543- Porcia Ptolomea (baronessa di Racale) Contessa
de Potenza fo qua a li 16 febbraio.
1564- fu ditta Signora col Signor Conte… e magnaro.
1597- A di 13 aprile 1597 fu qui D. Pompeo De
Benedettis (era un sacerdote di Racale).
Oltre a questi graffiti De Giorgi ci ha riferito che
esisteva una pietra proveniente da Civo. In effetti,
il compianto Pompeo Lupo, nella sua opera “Stoppie”
scrive: “Lo stesso De Giorgi però riferiva che,
inquadrata alla base del campanile della
parrocchiale di Taviano, si trovava una pietra
proveniente da Santa Maria de Civo (e che aveva
costituito la soglia della porta di casa di un
contadino), con incisa questa iscrizione: Renaldus
Lupus vir devotus/ Dive Nunciate/ condidit hanc
cappellam 1514" (7).
Quest’ultima pietra, che ci dice della costruzione
di una cappella dedicata all’Annunziata per
devozione di un uomo pio, tale Rinaldo Lupo,
evidentemente annessa alla basilica, ci spiegherebbe
la particolare devozione dei Tavianesi per la
Vergine Annunziata, devozione che, fino ad alcuni
decenni fa, si esprimeva ogni anno con un
pellegrinaggio alla Madonna del Civo.
Conclusa questa lunga parentesi sui reperti
lapidari, continuiamo la storia.
Nell’aprile 1325 si recò il sub-collettore
Bartolomeo per riscuotere la colletta di 6 tareni.
L’episodio che avvenne una cinquantina d’anni
seguente alla visita, è molto più importante.
Infatti Mario De Marco non convalida la tesi di don
Giuliano Santantonio nel suo volume su Taviano.
Lo scrittore di Cavallino ci riferisce che l’abbazia
ha sempre fatto parte della diocesi di Nardò, al cui
Vicario l’abate prestava obbedienza e che la
latinizzazione della diocesi di Nardò “sopravvenne
dopo l’episcopato di Ciriaco, da come si deduce da
una lettera di Gregorio XI, datata 29 aprile 1374,
riguardante la nomina di un nuovo egumeno di S.
Mauro (abbazia di cui S. M. de Civo faceva parte).
Il vescovo di Gallipoli menzionato in questa lettera
è Domenico, nome di chiara origine romana. Da
Domenico in poi tutti i vescovi di Gallipoli saranno
latini" (8).
Questo è un avvenimento molto importante per le
vicende dell’abbazia, che alla fine del XIV secolo
sicuramente passò sotto l’obbedienza romana
La querelle sembra essere risolta da Pizzurro.
Quest’ultimo, invece riprende la tesi di Santantonio,
ma ciò può essere inteso come una affermazione di
sovranità dei Normanni nell’ambito della sfera
religiosa bizantina, perfettamente in linea con la
loro politica di rekatolisierung
(9) (rilatinizzazione),
che vide tra i suoi artefici anche Goffredo, il
conte di Nardò (probabilmente il Goffredo cui si
allude all’epigrafe), che proprio nella vicina
Racale aveva fondato il monastero di Santa Maria la
Nova e che nel 1090 aveva affidato la diocesi di
Nardò ad un abate benedettino, in luogo dei
Basiliani che l’avevano retta sino ad allora. In
questa prima fase il rito latino venne semplicemente
da affiancarsi a quello greco, ma inevitabilmente
veniva ad innescare quel processo di erosione della
grecità che nella nostra zona persisterà ancora a
lungo.
Nel 1412 la diocesi neretina era retta da vescovi,
ai quali era riservato anche lo ius eligendi
(l’assegnazione al vescovo del diritto di nomina
degli abati).
Questo dato trova conferma anche nella Relatio de
statu veteri et recenti Neretinae Ecclesiae, che
annovera l’abbazia di Santa Maria de Civo tra le
quattordici abbatiae inferiores dipendenti
dal monastero urbano di Nardò.(10)
Il monastero, come ci dimostrano le lapidi, fu
ricostruito nel 1507 da Giangiacomo del Balzo,
vescovo di Leuca.
Nonostante nel XVII secolo possedeva un reddito di
150 ducati annui, il tempio appare già in rovina. La
chiesa viene descritta ad una sola navata con il
tetto a tegole e adorno di tre altari, uno dei quali
dotato di un beneficio ecclesiastico, di patronato
dei De Franchis, signori di Taviano.
Molto probabilmente il patrimonio bibliotecario, di
grande valore, in quel secolo “esulo” verso
Grottaferrata, un paese sui colli Albani. In effetti
nella Relatio de statu veteri et recenti
Neretinae ecclesiae si trova conferma: vengono
segnalati come possedimenti un paio di “vestimenti
fornutis” in lino, due calici in peltro, due
candelieri in bronzo, una campana collocata sul
campanile ed un’altra più piccola, la “Campanella
piczula”. Consistente era il patrimonio libraio, che
annoverava dieci libri liturgici greci, il cui
numero era superiore a quello presente nelle chiese
matrici dei paesi vicini. L’abbazia di S. M. del
Civo possedeva un Missale in greco, un altro
Missale di Crisostomo e Basilio ed una “prosmena”,
un’Epistula “in carta cornigna”, un
Evangelium “catamerium in carta cornigna”, una
parte di vecchio Vangelo, un Triodo in carta
pergamena, un altro Triodo che era stato dato
in prestito a don Antonio Vitali da Scorrano, una
vecchia Prophecia in cattivo stato, un
Emineo mutilo all’inizio e alla fine, un altro
Emineo che era stato dato in prestito al
defunto arciprete di Cursi ed un altro “peczo” di
libro in pergamena contenente la “legenda” dei
Santi.
Più che l’entità numerica, è però interessante
sottolineare il particolare che due libri liturgici
erano stati dati in prestito (uno all’arciprete di
Cursi e l’altro ad un sacerdote di Scorrano) dal
quale si evince che ancora alla metà del XV secolo
l’abbazia Santa Maria de Cibo fosse considerata un
punto di riferimento ad un centro di diffusione e di
cultura religiosa greca in quest’angolo del Salento.
Il suo nome è poi compreso in due elenchi di abbazie
dipendenti da S. Maria di Nardò, contenuti in un
fascicolo della visita del vescovo Cesare Bovio che
porta la data dell’ottobre 1577, e ricorre in una
bolla vescovile del 16 aprile 1635, che si riferisce
alla nomina di Vincenzo Carafa, chierico napoletano,
quale rettore della chiesa abbaziale di S. Maria de
Civo, sita già allora nel territorio di Melissano.
Dalla visita del 1714 del vescovo Antonio Sanfelice
si rileva che l’altare maggiore possedeva una tela
raffigurante la Vergine Titolare e gli altri due
altari erano rispettivamente dedicati a S. Ignazio
di Loyola ed alla Madonna delle Grazie.
L’antica chiesa probabilmente subì notevoli danni il
20 febbraio del 1743, che causò tanti crolli nel
Salento.
Tra i documenti del "Fondo” Ambrosio (1884) si
trova:
"A sud-est dell'abitato (Taviano) ed alla distanza
di circa due Km rimangono nel territorio pochi
ruderi dell'antico e nobile monastero sotto il
titolo di S.M.di Civo, opera senza dubbio dei
Basiliani e nella cui chiesa fu seppellito Gilberto
Di Goffredo Normanno conte di Nardò nel 1125 come si
ricava dalla cronaca neretina di Abbate Stefano
ricordata dal Tafuri, Oggi non si trovano che le
tracce di un'antica necropoli, e non è infrequente
il caso di smuovere colla vanga od aratro sarcofagi
o vasi mortuari" (11).
Dopo il 1848 i ruderi hanno testimoniato per oltre
un secolo la memoria di un antico e illustre
insediamento, che sono sopravvissuti all’incuria
dell’uomo, ma non hanno avuto scampo dalla brama di
conquista delle cose materiali.
L'ETIMOLOGIA
Il nome Santa Maria de Cibo (o del Cio)
deve essere considerato il titolo originario (la
titolatura originaria) dell’abbazia, in quanto è il
solo a comparire nei documenti dei primi secoli (XIV-XVIII).
La variante Civo deriva dalla prima per
betacismo (passaggio dalla b alla v),
secondo un fenomeno tipico salentino, e la si
incontra per la prima volta nella Relatio del
1412 (12):
essendo però questa un falso settecentesco redatto
ad opera di Pietro Polidori, si deve collocare al
settecento la sua prima attestazione. Da Civo
si è poi generata per apocope Cio (e Ciu
in dialetto), che è l’attuale ed unico nome
conosciuto dagli abitanti del luogo.
Per una prima ipotesi si potrebbe fare derivare il
nome Civo dal latino Cibus, che in seguito
sarebbe diventato civus (esiste tuttora il termine
civare usato per indicare l’azione con cui viene
posta l’esca all’amo), ma questa ipotesi non da
garanzie.
Per una seconda ipotesi si potrebbe far derivare il
nome Civo dal greco Cion(neve) o Kion(colonna).
Siccome i monaci erano Bizantini (quindi parlavano
il greco) e non sono poche le chiese dedicate alla
Madonna della Neve si sarebbe tentati a rendere più
accreditata questa ipotesi; ma non risulta da
nessuna parte che l’attributo alla Madonna venerata
fosse la neve e anche se fosse il nome Cion in
italiano sarebbe diventato Chio e non Cio
(13).
L’ipotesi più accreditata invece sarebbe la
considerazione di Serio-Santantonio, cioè che il
vocabolo Civo derivi dal nostro dialetto.
Infatti esiste un suono onomatopeico con il quale i
bambini richiamano gli uccelli, Ciu. Così
Madonna del Cio diventerebbe Madonna
dell’Uccellino, testimoniata anche da Cosimo De
Giorgi che nei suoi “Bozzetti di Viaggio”, che
conferma: “Il dipinto…rappresenta la vergine assisa
su un sontuoso trono baldacchino col Bambino che con
la destra benedice e nella sinistra ha un uccellino
bianco”. (14)
Così l’affresco che era situato sul muro a destra
dell’ingresso suscitava una grande tenerezza tanto
da indicare il luogo con il nome che i bambini danno
ad un uccellino:Cio.
Tale spiegazione, per quanto dotta, non è tuttavia
condivisibile perché basata non sulla forma
originaria del nome (Cibo), bensì su quella
che è il risultato finale delle trasformazioni
linguistiche verificatesi nel corso dei secoli (Ciu).
Né a sostegno dell’etimologia può esser addotto il
dipinto, di cui si ignorano autore e data che,
comunque, doveva esser successiva al 1507, anno in
cui venne ricostruita la chiesa ad opera di Giacomo
del Balzo.
Il significato del titolo originario della chiesa
era di per sé evidente e non richiedeva alcuna
esegesi etimologica: si tratta di un nome augurale,
come lo è quello di altre coeve abbazie basiliane,
ad esempio quella di Sant’Angelo de Salute (Galatone):
in questo caso ci si augurava la buona salute, così
come nel nostro l’abbondanza di cibo, coerentemente
all’opera di dissodamento delle terre e di
valorizzazione agraria intrapresa dai monaci
Basiliani.

Resti della chiesa della Madonna dell'Annunziata,
prima della scomparsa nel 1973
RICORDI
(P. LUPO)
Il pellegrinaggio dei nostri paesani all'Annunziata
di Civo, di cui ho fatto cenno prima, avveniva il 25
di marzo di ogni anno, nel pomeriggio, ed erano
soprattutto le mamme quelle che, tirandosi dietro i
figlioletti, si recavano alla "Madonna te Ciu". Il
luogo non era molto lontano dal paese (da Taviano
distava un paio di chilometri circa) ed era quasi al
centro del territorio posto tra Taviano, Racale e
Melissano, con una leggera sporgenza verso
quest'ultimo. Lungo la stretta via di campagna,
respirando l'aria frizzantina della recente
primavera, si recitava il S. Rosario, con un certo
disappunto di noi ragazzi, ai quali veniva imposto
almeno il silenzio.
Giunti al sito, una breve sosta dinanzi al dipinto
dell'Annunciazione che raffigurava su di un muro
sbrecciato. Poi la gente si sparpagliava nei prati,
si accomunava e familiarizzava anche con i
forestieri che, pellegrini anch'essi, provenivano
dalla vicina Melissano.
Io ricordo quei muri diroccati, ricordo vaghe
pitture sbiadite e scrostate, ricordo delle buche
nel terreno circostante e c'era chi le descriveva
come resti di un sepolcreto e chi invece parlava di
grotte nelle quali i monaci si isolavano a lungo per
digiunare e pregare. E, ragazzino quel che ero,
ricordo soprattutto la festa indescrivibile che
facevamo con tanti altri compagni di viaggio, quando
giungevamo "all'Acquari". Era questo un ampio
pantano che si trovava in un campo lungo la strada,
nel quale vivevano e si moltiplicavano a centinaia,
forse a migliaia, le rane che in dissodante coro
gracidavano in continuazione e si mostravano alla
superficie dell'acqua limacciosa e verdastra e
saltellavano nell'erba tenera del prato. Erano
bellissime e per noi erano un grande divertimento.
Si tornava poi a casa alquanto stanchi, stringendo
però in un fazzoletto annodato un pugno di nocciole
acquistate "per devozione" all'unica bancarella e,
quel che era consueto in quella circostanza e
appariva singolare (chissà perchè), due o tre "maranci"(arancie)
dal sapore acre di... acido fenico(15).

Granaio nelle vicinanze dell'insediamento
NOTE
|
(1)
- C.G. CENTONZE- A. DE LORENZIS- N. CAPUTO,
Visite pastorali in diocesi di Nardò
(1452-1501), Galatina, 1988:
“Nell’inventario dei beni dell’abbazia di
Santa Maria de Cibo si dice che gli eredi di
don Nicola possedevano <<clausiorum unum
vinearum allo feudo della dicta chiesa>>
(2)
- M. DE MARCO, op. cit.; vedi anche LA
STORIA infra op.; L’ARDITI afferma, senza
citare l’eventuale fonte, che “il monastero
fu probabilmente opera della nota pietà e
munificenza di Goffrido il Normanno, conte
di Nardò”. Secondo B. VETERE però ci
riferisce che l’ipotesi soprascritta sia
confutabile. Il conte di Nardò si distinse
per la sua opera di rilatinizzazione; quando
questi fondò un monastero, come ad esempio
avvenne nella vicina Racale, Goffredo vi
insediò monaci Benedettini. In questo modo
confuta anche la tesi di SANTANTONIO.
(3)
- SERIO- SANTANTONIO, Racale- note di
tradizione e cultura, Galatina, 1983
(4)
- L’indizione bizantina (o greca), che era
in uso nell’Impero Romano d’Oriente, in
occidente venne usata nelle cancellerie
regie sino ai primi decenni del IX secolo e
in quella pontificia sino al 1087, ma in
alcune zone d’Italia, soprattutto quella
meridionale, perdurò per tutto il medioevo.
(5)
- D. POSO, Il Salento Normanno. Territorio-
istituzione- società, Galatina, 1988
(6)
- SERIO- SANTANTONIO, op. cit.
Va tenuto presente che il Chronicon
Nerithinum non è attendibile perché, come
hanno ben dimostrato gli studi filologici,
è” una falsificazione di tempo assai
posteriore al secolo XIV”.
(7)
- P. LUPO, Stoppie- Ricordi Tavianesi,
Taviano 1997
(8)
- M. DE MARCO, op. cit.
(9)
- M. PASTORE, Pergamene dei secoli XVI-XVIII
nell’archivio di stato di Lecce, in “Note di
civiltà medievale”, Bari, 1980.
(10)
- Relatio ACVN, C/149. Relatio è il primo
documento in cui l’abbazia appare con la
denominazione de Civo anziché con de Cibo,
che continua a comparire nella restante
documentazione almeno sino a tutto il XVI
sec: questo potrebbe essere un tassello
importante (e che nessuno lo ha considerato)
da aggiungere all’ipotesi di coloro che
ritengono la Relatio un falso settecentesco.
(11)
- M. DE MARCO, op. cit.
(12)
- Per maggiori informazioni sul Relatio vedi
A. PIZZURRO, Terra Alisti, Lecce, 1999,
pp.51-53
(13)
- M. DE MARCO, Taviano. Dalle origini ai
nostri giorni, Lecce, 1991 e SERIO –SANTANTONIO,
Racale-note di tradizione e di cultura,
Galatina, 1983.
(14) - C.
DE GIORGI, Provincia di Lecce- Bozzetti di
viaggio, Galatina, 1975
(15)
- P. LUPO, op. cit. |

Il sito nelle condizioni attuali
Tratto da Cortese Stefano: "L'ex
abbazia di Santa Maria de Civo", Melissano,
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